Orologi dall’URSS – Parte 2

Dr. N

L’orologeria sovietica e la corsa allo spazio

Parte 2

Proseguiamo il nostro viaggio nel mondo dell’orologeria sovietica. Come spiegato nella prima parte, la necessità di disporre di strumenti precisi, robusti e affidabili per misurare il tempo spinge la Russia a dotarsi di una propria industria orologiera. In questo articolo vedremo come la linea di orologi Shturmanskie, destinati a piloti e cosmonauti, viene rivoluzionata dall’introduzione della funzionalità cronografica.

Un Poljot Shturmanskie, che equipaggia i cosmonauti russi negli anni Ottanta e Novanta

 

Il Poljot Strela: raffinato cronografo con ruota a colonne

La storia dei cronografi spaziali sovietici ha origine in Svizzera. Negli anni Cinquanta, la Venus, storica produttrice di movimenti cronografici, inizia ad incontrare le prime difficoltà economiche, che la porteranno, nel decennio successivo, ad essere acquisita dalla rivale Valjoux. Per reperire le risorse da concentrare sulla produzione del suo nuovo – e più economico – calibro cronografico con innesto a leve, Venus decide di cedere all’Unione Sovietica la linea di produzione del Venus 150. È un movimento cronografico a carica manuale, dalla lavorazione raffinata, impreziosito dalla presenza dell’innesto con ruota a colonne, ritenuto dagli appassionati più piacevole nell’utilizzo rispetto all’oggi più diffuso movimento con innesti a leve.

È il 1959, e la produzione dello Strela, nome che significa “Freccia” in russo, ha inizio: continuerà per vent’anni, sino al 1979. Lo Strela viene prodotto sia dalla Prima Fabbrica di Orologi a Mosca, che in seguito all’impresa di Gagarin (1961) verrà ribattezzata Poljot (“Volo”), che dalla Seconda Fabbrica di Orologi a Mosca, che prenderà in seguito il nome di Slava (“Gloria”). La presenza di due linee produttive parallele è la ragione per cui alcuni di questi cronografi vengono prodotti con la scritta “SEKONDA” sul quadrante, altri con la dicitura cirillica “СТРЕЛА” (“strela”).

Il movimento cronografico a carica manuale con smistamento a ruota a colonne equipaggiante lo Strela

 

Lo Strela e la passeggiata spaziale

Lo Strela è l’orologio che accompagna Alexei Leonov nella prima passeggiata spaziale della Storia, nel 1965. Si presenta come un cronografo dalla cassa di forma tradizionale, un quadrante ben leggibile e il vetro plexi. Quest’ultimo caratterizza un po’ tutti gli orologi sovietici prima e russi poi. La ragione non è solo nella maggior economicità rispetto al vetro minerale, quanto nel fatto che un vetro plexi, sottoposto ad un urto violento, può creparsi, ma non si frammenta: nell’esplorazione spaziale, questo è un vantaggio decisivo, perché si scongiura il rischio di disseminare l’interno della capsula di minuti frammenti di vetro, estremamente pericolosi a gravità zero.

Il cosmonauta Alexei Leonov, il primo uomo a compiere una passeggiata spaziale, con il suo orologio Strela

Il passaggio dallo Strela allo Shturmanskie

La produzione dello Strela prosegue per ben vent’anni, fino al 1979. Come visto nell’articolo sulla nascita del cronografo automatico, a metà della storia produttiva dello Strela, nel 1969, le industrie orologiere svizzera e giapponese già producono cronografi a carica automatica, ossia lo standard attuale. Per quale motivo l’URSS sceglie di non innovare i suoi modelli? La ragione non è da cercarsi in una mancanza di capacità tecniche – ricordiamo che l’URSS primeggia nella corsa allo spazio, stabilendo tutti i primati eccetto uno, quello dello sbarco dell’uomo sulla Luna -, bensì nella peculiare struttura dell’economia pianificata sovietica. La produzione, infatti, non è guidata dal tentativo di conseguire profitti realizzando prodotti sempre nuovi e in linea con i gusti del mercato, ma da Piani Quinquennali stabiliti a tavolino. Ad ogni nuovo Piano, le tecniche produttive di tutte le merci, dai calzini alle locomotive, vengono riesaminate. Se si rileva che esse sono migliorabili, e che il beneficio ricavabile da un prodotto più prestante supera la spesa per la modifica delle linee produttive, si procede ad introdurre l’innovazione; se viceversa il prodotto viene ritenuto adeguato alle esigenze attuali e dei prossimi cinque anni, la produzione viene confermata. Questo principio, derogato in parte solo per la produzione militare – che necessita di frequenti aggiornamenti per restare alla pari con l’avversario -, è all’origine della longevità di produzione dei modelli di orologi sovietici. In tutto, l’URSS produce due movimenti cronografici, entrambi a carica manuale, in trent’anni: il 3017 dello Strela e il 3133 dello Shturmanskie, che stiamo per scoprire.

La scelta di innovare passando al 3133 non era comunque scontata, nel contesto socialista. Per fare un paragone, la Cina acquista nel 1962 le linee produttive del Venus 175, un cronografo a carica manuale con ruota a colonne simile al Venus 150 che abbiamo già incontrato. Ebbene, questo calibro è tuttora in produzione nell’ex Celeste Impero, con il nome di Seagull ST19.

Il Poljot Shturmanskie: robusto cronografo con smistamento a leve

Prima di trattare del secondo e ultimo movimento cronografico prodotto in URSS, una precisazione terminologica. Il nome “Shturmanskie”, sovente erroneamente translitterato in “Sturmanskie”, come visto nel precedente articolo, viene inizialmente utilizzato per indicare gli orologi solotempo forniti ai piloti militari e agli astronauti sovietici. Quando il termine viene affiancato a “Crono” o a “Poljot”, ci si riferisce invece al cronografo prodotto dal 1979 con movimento 3133 e cassa squadrata, parimenti fornito a piloti militari e astronauti dell’URSS dal 1979. Di questo modello, visibile nell’immagine sottostante, trattiamo nel presente paragrafo.

Un Poljot Shturmanskie con bracciale metallico originale. Si può notare la lavorazione soleil della cassa.

La storia dei cronografi spaziali sovietici continua con il calibro 3133. Anche questo, come il predecessore 3017, ha origine elvetica. Nel 1974, Venus, allora da qualche anno assorbita dalla Valjoux, è alla ricerca di fondi per sviluppare il suo nuovo calibro per cronografo automatico, il futuro Valjoux 7750, destinato a un enorme successo anche sotto l’insegna ETA. Come quindici anni prima, si trova un accordo con l’Unione Sovietica, che acquista le linee di produzione del Valjoux 7734, calibro derivato dal Venus 188.

 

Poljot Shturmanskie, la tecnica

La differenza con l’operazione del 1959 è che la prima è avvenuta in un contesto in cui si cerca di dotarsi ad ogni costo e prima possibile di un cronografo, mentre nel 1974 un cronografo, il 3017, è già disponibile e l’obiettivo è di ottenerne uno più robusto, affidabile e di facile produzione. Per questa ragione, passeranno cinque anni tra l’acquisizione del Valjoux 7734 e la messa in produzione del Poljot 3133: cinque anni in cui i tecnici sovietici rivedono completamente il calibro acquistato, modificandolo al punto da rendere non intercambiabile la componentistica tra il prodotto di partenza e quello definitivo. Una prova questa della maturità raggiunta negli anni Settanta dall’orologeria sovietica, che si evidenzia nella scelta di portare da 17 a 23 il numero dei rubini presenti nel movimento, allo scopo di ridurre la frequenza degli interventi di manutenzione.

Un movimento 3133 prodotto nel periodo russo e montato in cassa “civile”. È possibile notare la scritta in cirillico evidenziante i 23 rubini, il 3133 indicante il movimento e l’innesto della cronografia a leva.

L’aspetto del Poljot Shturmanskie

Anche dal punto di vista estetico, il cambio di passo è radicale. Se con lo Strela ci si è adeguati agli stilemi classici in voga in Occidente, con il cronografo Shturmanskie si disegna l’orologio basandosi sulle esigenze dei piloti e dei cosmonauti. Ecco quindi che viene inserita una scala telemetrica ben leggibile nella parte esterna del quadrante: questa è tradizionalmente considerata utile dai piloti che operano nei teatri di combattimento, i quali vedendo il bagliore di un’esplosione possono far partire il cronografo, arrestandolo quando ne odono il rumore, leggendo con un’occhiata la distanza alla quale l’esplosione è avvenuta. Il quadrante, dagli indici applicati e rivestiti di vernice luminescente, è circondato da una ghiera girevole interna tarata sulle 12 ore, dotata di punto luminescente e azionata da una corona a ore 9: la sua funzione è di permettere ai cosmonauti di conoscere il fuso orario del Centro Spaziale di Mosca, senza spostare le lancette dall’ora di Greenwich, vigente per tutti nell’aria e nello spazio. Le sfere sono grosse, squadrate, dotate di vernice luminescente, ben leggibili in condizioni di scarsa visibilità; la lancetta del cronografo è rosso vivo, la finestrella del datario collocata a ore 6. La cassa è massiccia, squadrata, realizzata in ottone cromato per facilitarne la lavorazione. Il vetro plexi, piatto e rialzato, permette una lettura del quadrante da ogni angolazione, senza la distorsione ai margini tipica dei vetri in plastica curvi.

Con tutto questo, si potrebbe pensare ad un orologio massiccio e difficile da portare. Certamente, non siamo in presenza di un oggetto che sparisce sotto la manica della camicia: e infatti l’URSS monta il movimento 3133 anche in orologi eleganti destinati ai civili, che vedremo in un altro articolo. Ma è innegabile che il crono Shturmanskie abbia una sua personalità, e che con il cinturino giusto – il bracciale originale è esteticamente ben abbinato alla cassa, ma non comodissimo al polso – sia ancora in grado di dire la sua, soprattutto nel mondo d’oggi in cui le casse di dimensioni importanti non sono più una rarità. Anzi, nonostante l’apparenza, la cassa non misura più di 38 mm di larghezza escluse le corone. Una concessione alla raffinatezza estetica è certamente la lavorazione soleil della cassa, che contribuisce ad alleggerire l’aspetto complessivo dell’orologio.

Un Poljot Shturmanskie con quadrante nero. Spiccano le scritte cirilliche, la scala telemetrica, la corona a ore 9 azionante la ghiera girevole interna dotata di punto luminoso a freccia. Cinturino non originale.

 

Il Poljot dei record: uno Shturmanskie per 14 mesi nello spazio

Come il predecessore Strela 3017, il Poljot Shturmanskie 3133 dà un contributo importante all’esplorazione spaziale sovietica e russa. Questo orologio detiene tuttora il record di permanenza continuativa nello spazio, al polso del cosmonauta Valerji V. Poljakov, che tra il 1994 e il 1995 rimane a bordo della stazione MIR – la futura ISS – per oltre 14 mesi.

Poljot e la fine dell’URSS

La Poljot sopravvive per qualche anno al crollo dell’URSS, basandosi sulle esportazioni per resistere nel generale sfacelo degli anni yeltsiniani. Quando, al volgere del millennio, la struttura istituzionale russa torna a rafforzarsi, e l’economia a riprendersi, l’azienda, come molte altri grandi marchi dell’orologeria russa, è pesantemente compromessa finanziariamente. Attualmente Poljot non è più attiva, anche se non è escluso che, data la notorietà del marchio in patria e in parte all’estero, in futuro possa esservi una rifondazione. Resta in ogni caso la testimonianza di una storia importante, che ha accompagnato le grandi imprese spaziali del Paese più vasto del mondo.

Immagine promozionale degli anni Settanta, raffigurante un modello Poljot destinato ai civili.
 

 


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