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Gli orologi subacquei e la loro influenza

Dr. N

Gli orologi subacquei rappresentano un vero e proprio must nell’orologeria contemporanea. Eppure un tempo non era così. Gli orologi subacquei erano considerati degli strumenti specialistici, per professionisti delle immersioni, non certo un oggetto da sfoggiare. Eppure, oggi, quasi nessuna azienda orologiera di lusso è priva di un diver nella sua gamma.

Andiamo allora a scoprire le ragioni per cui questi orologi, prima di nicchia, poi sempre più apprezzati, sono oggi diventati irrinunciabili per molti produttori.

Vediamo anche come sono riusciti a contaminare altri ambiti dell’orologeria con i propri stilemi, primo fra tutti il grande diametro della cassa.

Gli orologi subacquei: gli inizi

Negli anni Cinquanta e Sessanta, lo sport delle immersioni subacquee inizia a prendere piede a livello internazionale. Gli appassionati di esplorazione marina richiedono, per la loro attività, segnatempo robusti, affidabili, ben leggibili e capaci di resistere all’acqua e agli urti.

La necessità di offrire queste caratteristiche tecniche – in particolare, la leggibilità sott’acqua e la resistenza alle pressioni elevate – porta i produttori dei primi orologi subacquei – il Blancpain Fifty Fathoms, il Rolex Submariner, l’Omega Seamaster – a produrre orologi aventi un diametro intorno ai 40 millimetri. È una scelta inusuale, in un periodo in cui gli orologi da polso maschili si aggirano fra i 34 e i 36 millimetri di diametro, ma necessitata dalle esigenze tecniche summenzionate.

La scommessa dei produttori di orologi subacquei non è particolarmente azzardata, per un motivo semplice: sono orologi che vanno contro il gusto diffuso dell’epoca per soddisfare le esigenze di una nicchia di utilizzatori: cosa che, nella nostra epoca di cauti investimenti pianificati e accurata costruzione dell’immagine del marchio, può parerci strana, ma non dobbiamo dimenticare che, prima dell’era del quarzo, l’orologio meccanico non è un lusso, ma una necessità. Realizzare prodotti destinati ad usi molto specifici è in quel periodo la normalità delle Case produttrici.

Al momento della loro introduzione, quindi, non ci si aspetta certo che gli orologi subacquei vengano apprezzati dal pubblico generale. Eppure questo accade. Per quale motivo? Certamente un ruolo notevole lo ha la promozione dell’orologio subacqueo come segnatempo robusto e al contempo raffinato, grazie al personaggio di James Bond interpretato da Sean Connery.

Nonostante il successo del Rolex Submariner, dovuto in parte all’immagine trasmessa dalla fortunata serie cinematografica di 007, in parte all’oculata campagna promozionale di Rolex, nonché naturalmente alle qualità intrinseche dell’orologio, la distinzione tra orologi sportivi e orologi eleganti rimane.

Gli anni Settanta: inizia il cambiamento dei gusti

Negli anni Settanta, due grandi marchi dell’orologeria d’alta gamma lanciano due segnatempo destinati a trasformare la nostra percezione di lusso e sportività in ambito orologiero. Parliamo naturalmente del Patek Philippe Nautilus e del Royal Oak di Audemars Piguet . Entrambi frutto del geniale estro di Gerald Genta, entrambi rivoluzionari nel combinare eleganza e sportività in un orologio di lusso, segnano l’arrivo dei grandi diametri nel ristretto novero dell’alta orologeria.

Per la prima volta, un orologio di altissima gamma viene realizzato in acciaio, è resistente all’acqua, porta sul quadrante un grande marchio, ed eccede i diametri convenzionali dell’orologeria elegante.

Tuttavia, questo importantissimo passaggio non porta ancora alla sparizione degli orologi eleganti tradizionali. Siamo di fronte, in effetti, a un affiancamento, più che ad una sostituzione: da un lato, i classici orologi formali da 34-36 millimetri, dall’altro questi nuovi segnatempo di lusso, che arrivano a misurare 42 millimetri nel caso del Patek Philippe Nautilus Jumbo, ma che conservano una caratteristica tradizionale degli orologi eleganti, oltre naturalmente alla raffinatezza d’esecuzione: lo spessore ridotto. Un Nautilus, al polso, scompare al tatto, grazie all’attento studio della forma della cassa, che è appena poco più spessa del bracciale.

Il passo decisivo per rendere socialmente accettabile un orologio massiccio e imponente però è compiuto negli anni Novanta.

Gli anni Novanta e Duemila: si affermano gli orologi sovradimensionati

È solo con gli anni Novanta che orologi quali il Panerai Luminor o il Royal Oak Offshore di Audemars Piguet si affermano come nuovo fenomeno di costume. Aiutati anche in questo caso, come avvenuto all’alba dell’era degli orologi subacquei, da utilizzatori celebri – Sylvester Stallone nel caso del Panerai, Arnold Schwarzenegger nel caso dell’Offshore – questi imponenti segnatempo spessi oltre 15 millimetri ed ampi 44 divengono, se non la nuova normalità, quantomeno accettati nella buona società.

Ecco dunque che il cerchio si chiude: gli orologi subacquei che hanno iniziato a diventare popolari grazie a Sean Connery arrivano ad essere quasi la normalità, ulteriormente cresciuti nelle dimensioni, con Sylvester Stallone.

Ma il cambiamento portato dagli orologi subacquei non si limita al loro ambito. Dopo gli anni Novanta, tutti i segnatempo hanno risentito dell’incremento di dimensioni della cassa innescato dai diver.

Un esempio della tendenza all’aumento delle dimensioni è la gamma Datejust di Rolex, a lungo il riferimento tra gli orologi di lusso “quotidiani”: segnatempo adatti ad essere portati per tutto il giorno, a proprio agio in una cena elegante come in una passeggiata all’aperto. Questo classico dell’orologeria contemporanea ha resistito a lungo nella sua dimensione tradizionale, i 36 millimetri che da decenni rappresentano il normale diametro di un orologio da polso elegante. Nel 2009, Rolex, con l’introduzione del Datejust II, amplia la gamma Datejust, affiancando al consueto 36 millimetri una versione dal corposo diametro di 41 millimetri. Non è certo l’unico esempio, potremmo farne molti altri ed anzi, forse è persino una sorpresa che Rolex abbia scelto di tenere a listino la versione “piccola” del Datejust. Ma è sintomatico che un’azienda che fa della continuità stilistica la sua cifra abbia deciso di realizzare quello che forse è il suo orologio più rappresentativo in un diametro così grande.

Tiriamo le somme

L’orologio oggi è decisamente più grande e massiccio rispetto al passato. La tendenza all’incremento di dimensioni, avviata coi primi orologi subacquei, pare non conoscere crisi. Oggi, un diametro sotto i 40 millimetri è considerato “compatto”.

Per chi ama gli orologi come oggetto di ricerca tecnica, oltre che stilistica, il grande diametro può apparire una scorciatoia rispetto ai virtuosismi degli anni Cinquanta e Sessanta, quando si cercava di realizzare orologi sempre più sottili e compatti, lavorando per rendere meno spessi i movimenti e trovando il giusto punto di equilibrio tra robustezza strutturale e snellezza della cassa.

Per chi invece considera l’orologio un modo di affermare la propria personalità o un mezzo per “attaccare discorso”, il grande diametro può essere un vantaggio.

Resta infine l’ultima categoria, che finora abbiamo trascurato, quella degli orologi il cui grande diametro è dettato dalla necessità di alloggiare complicazioni particolari, ad esempio la ripetizione minuti, che da una cassa ingrandita può trarre il beneficio di una maggior sonorità. Oppure i diver realmente professionali, che senza una cassa sovradimensionata non avrebbero la possibilità di reggere le forti pressioni derivanti da un’immersione a grande profondità. In questi casi, nulla quaestio: la forma segue la funzione e ne è giustificata.

E voi, cosa ne pensate degli orologi di grande diametro?

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