Cosa muove un orologio?

Dr. N

Il bariletto e la molla di carica

Un orologio meccanico è, essenzialmente, uno strumento che rilascia energia potenziale elastica in modo regolare e controllato, con il fine di azionare degli indicatori (le sfere, o lancette che dir si voglia) in grado di muoversi in sincronia con lo scorrere del tempo.

Affinché vi sia la possibilità di rilasciare dell’energia, è però necessario, in primis, che essa sia immagazzinata.

La funzione del bariletto, e della molla di carica in esso collocata, è proprio quella di fornire al movimento dell’orologio l’energia necessaria per ticchettare.

Come si carica un orologio

Mediante la corona di carica, azionata dall’utilizzatore, il bariletto viene ruotato, accumulando nella molla a spirale una torsione sufficiente a garantire il corretto funzionamento del movimento. Discorso analogo si ha nel caso di un orologio a carica automatica, con il rotore che, oscillando grazie ai movimenti del polso, fornisce energia alla molla di carica. È necessario un accorgimento, nel caso dell’orologio a carica automatica, per evitare che il continuo funzionamento del rotore di carica sovraccarichi la molla causandone la rottura. Questo danno viene evitato provvedendo la molla di carica degli orologi automatici con una brida concepita per “saltellare” sulla parete interna, opportunamente zigrinata, del bariletto, anziché fissandola al bariletto stesso come avviene negli orologi a carica manuale. Quando il rotore porta la tensione della molla oltre un certo limite, questa slitta invece di tendersi, così da evitare danni e mantenere sempre la massima carica.

La molla a spirale, della lunghezza di un metro circa, viene avvolta su se stessa fino ad entrare in un bariletto del diametro di pochi millimetri: è quindi naturale che le spire si sfiorino tra loro, ed è per questo necessaria una opportuna lubrificazione in fase di montaggio come di revisione.

Una molla di carica più lunga potrà immagazzinare più energia potenziale elastica e, rilasciandola, garantire una maggiore autonomia di funzionamento – la riserva di carica – all’orologio.

Il fattore limitativo della lunghezza della molla di carica a spirale è dato dalla dimensione del bariletto e dallo spessore della molla. Tanto più grande è il bariletto, tanto più lunga sarà la molla, avente un determinato spessore, che può entrarvi; tanto più sottile sarà la molla, tanti più avvolgimenti della stessa entreranno in in bariletto di una data dimensione. D’altro canto, un bariletto non può eccedere le dimensioni necessitate dallo spazio disponibile nella cassa, dovendo coesistere con lo scappamento e gli ingranaggi, né una molla potrà essere troppo sottile, rischiando di spezzarsi.

È inoltre da considerarsi che la molla di carica nel bariletto non viene mai scaricata del tutto, né portata alla massima tensione sostenibile. Per garantire un’erogazione costante della coppia, necessaria ad un funzionamento regolare dell’orologio, è previsto che la molla si tenda entro un intervallo di tensione ben definito, tale per cui l’energia rilasciata ad orologio pienamente carico non differisca troppo da quella rilasciata ad orologio quasi scarico.

Con i limiti sopra menzionati, non stupisce che la maggioranza degli orologi meccanici abbia una riserva di carica intorno alle trentasei ore. Questa durata risulta ideale nell’uso quotidiano. Soprattutto gli orologi a carica manuale, che vengono usualmente caricati la sera, prima di dormire, trovano giovamento da un’autonomia tale per cui, se ci si dimentica di caricarli coricandosi, si potrà comunque caricarli la mattina dopo, una volta svegli, senza perdere l’indicazione dell’orario.

L’orologeria ha trovato molti modi differenti di incrementare l’autonomia degli orologi. Se è vero che il problema è meno sentito con un carica automatica, il quale non necessita di immettere energia ruotando la corona poiché a fornirla è il movimento del polso veicolato dal rotore, è vero anche che gli orologi a carica manuale rappresentano ancora oggi oggetti di indubbio fascino, in cui la connessione uomo-macchina è più diretta che negli automatici. La ricerca in campo orologiero dunque non si è fermata, ed ha trovato diverse soluzioni per aumentare l’autonomia di marcia degli orologi da polso.

Il primo, e più semplice, metodo per incrementare la riserva di carica consiste nell’utilizzare una molla più lunga all’interno di un bariletto più grande. È una soluzione che si può applicare soltanto laddove si disponga di ampio spazio nella cassa, perché in caso contrario inserire un componente di dimensioni maggiorate comporterebbe inevitabilmente la necessaria riduzione del diametro, ad esempio, della ruota del bilanciere, con conseguenze negative sulla precisione di marcia. Gli orologi da tasca, che dispongono di diametri abbondanti, possono applicare senza difficoltà questa soluzione, ma negli orologi da polso si devono percorrere altre strade.

Una soluzione largamente praticata in passato è stata quella di ridurre il numero di pulsazioni orarie, ossia di “rallentare” il moto del bilanciere. Questo riduce la richiesta di energia del movimento, rendendo possibile ricavare più ore di funzionamento a parità di quantità di energia contenuta nella molla di carica. Il risvolto negativo è che si riduce la precisione dell’orologio.

Quando un solo bariletto non basta più

Una soluzione brillante viene trovata negli anni Sessanta dall’azienda Favre-Leuba, che introduce il primo movimento con doppio bariletto. La presenza di due bariletti collegati tra loro permette di caricare l’orologio in modo normale. La maggior riserva di carica -arrivava a ben cinquanta ore- era garantita, oltre che dalla presenza di due molle di carica, anche dal fatto che ciascuna di esse, dovendo sopportare uno sforzo inferiore a quello di una molla unica, poteva essere realizzata con spessori inferiori, consentendo un maggior numero di avvolgimenti e di conseguenza una maggior lunghezza rispetto a quanto si sarebbe ottenuto con una molla di spessore convenzionale.

L’idea della Favre-Leuba ha successo anche al di fuori della Svizzera: negli anni Settanta, la casa orologiera sovietica Slava -nome che in russo significa “Gloria”- viene incaricata di realizzare un orologio dotato di autonomia e precisione superiori rispetto al resto della produzione orologiera russa. Il risultato è il movimento Slava 2414, che riprende e innova la soluzione del doppio bariletto di carica, abbinandola ad una sfera dei minuti azionata in modo indiretto. Queste due scelte consentono di liberare spazio per un bilanciere di grande diametro, il quale necessita di una frequenza di oscillazione inferiore per mantenere la precisione di marcia. Questo movimento viene proposto in numerose versioni, tra cui quella della foto sottostante, denominata 2428, munita di indicatore della data e dell’ora.

 

La crisi del quarzo degli anni Settanta, seguita dall’affermarsi di movimenti automatici a basso costo, hanno fatto sì che la ricerca della massima autonomia abbia dovuto attendere i nostri giorni per tornare ad interessare le Case orologiere.

Un esempio della rinascita dei movimenti manuali a lunga autonomia è il movimento Panerai P2002, presentato all’inizio di questo secolo e dotato di ben tre bariletti, che permettono una riserva di carica di ben otto giorni.

L’esempio più estremo della rinnovata ricerca della massima autonomia in un segnatempo a carica manuale è un oggetto che vanta una riserva di carica di ben cinquanta giorni, l’Hublot MP-05 “LaFerrari”. Questo strumento, dotato di non meno di undici bariletti – e di uno strumento apposito per ricaricarli – è la prova di come anche ai giorni nostri la carica manuale sia tutt’altro che superata.

 


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